C’erano una volta le cartelline

Una decisione improvvisa, un sentimento compulsivo d’ordine. In questo modo nasce un’analisi “archeologica” di quegli oggetti di un passato “opulento” che sembra ormai remoto: le cartelline stampa.

pila di cartelline stampaDa anni accumulo in uno stipe in ufficio cartelline stampa. Strati su strati. Una vera e propria sedimentazione temporale, visto che il metodo d’archiviazione da me usato è quello più antico al mondo: l’ultima arrivata va sulla penultima e quando non si può più crescere verticalmente, un nuovo inizio, una nuova colonna.

È così che questa estate, nel classico periodo di morta, quando in ufficio i tempi vuoti aumentano, scatta all’improvviso la voglia di “pulizie di Pasqua” fuori stagione. Mi siedo davanti alle due antine aperte e incomincio a tirare fuori le varie cartelline…. è così che diventa palese la verità che si era forse notata, ma in modo inconscio, accettando il fatto senza analizzarlo: oggigiorno non ci sono più le cartelline di una volta!

“Mi ricordo che anni fa, di sfuggita dentro un bar”… bhe, in effetti era dentro un’aula di un corso marketing prima e in un ufficio poi. Era la fine del secolo. Il XXI era lì, dietro l’angolo, che si avvicinava, ma ancora non era arrivato. Erano i tempi in cui un qualunque piano di comunicazione, da quello della bocciofila al progetto europeo da milioni di Ecu che abbracciava cinque nazioni, prevedeva come prima voce del “To do” e del preventivo lo studio grafico della cartellina. Colorata, con il logo dell’azienda, associazione, ente, comune, stampato visibile e chiaro. Nessuna scala di grigi da poveracci, ma l’uso di tutti i colori non solo dell’arcobaleno, ma di tutti i codici pantone! Cartelline di cartone spesso, con le alette rigide a tasca per tenere i fogli, il taglio preciso per inserire il bigliettino da visita e, qualche anno dopo, il “bottoncino” in plastica per il cd.

E così, in abito estivo, ho iniziato un viaggio a ritroso nel tempo, estraendo da quell’armadietto delle meraviglie, vestige di un tempo lontano. Cartelline rigide, curate e date via con una prodigalità oggi sconosciuta.

Allora arrivavi in conferenza stampa e ti trovavi in mano questo prodotto dell’ingegno umano con dentro pile di fogli informativi, spesso usciti da stamperie, ma che anche quando erano stampati in “casa” venivano realizzati in grammature serie, pesanti…

Poi arrivò la crisi e dopo la crisi arrivò la crisi e con questa la spending review… modo anglofono per dire quello che, con saggezza antica, mio padre mi insegnava fin da bambino: “sapere quanto sale va nella pentola”. E quando il sale manca, si scopre che il cibo “sciocco” (per dirla alla toscana) ha un suo perché e un suo per come. Anche se… anche se a volte si superano i limiti dell’umana logica.

Al giorno d’oggi, nelle conferenze stampa di provincia (non so se sia lo stesso, o meno, al centro “dell’impero”) tre sono i livelli di materiale informativo che ci si può aspettare di ricevere.

Il primo è quello di chi ha imparato a far le cose con eleganza, senza spreco: un cartellina morbida, magari colorata, di quelle che si comprano dal cartolaio sotto casa, ma con il logo del progetto, dell’evento, dell’ente incollato sopra in maniera più o meno preciso. Oppure, massimo dell’eleganza minimalista, il biglietto da visita dell’oratore pinzato artisticamente in un angolo, in evidenza.

Il secondo livello è quello di chi bada al sodo, senza alcun fronzolo inutile: una serie di fogli ancora caldi perché appena usciti dalla stampante al laser dell’ufficio affianco, tenuti insieme da una graffetta messa in velocità alla meno peggio: le informazioni ci sono, il resto è, marxianamente, solo “sovrastruttura”,

Il terzo livello è il massimo della decadenza. Sembra inventato dall’Arpagone di Molière. Arrivi ti siedi e l’oratore di turno incomincia a sparare cifre e dati alla velocità di 20 parole al secondo, in mano… nulla. Unica possibilità scrivere velocemente, allungare il collo e copiare dal vicino, come manco al liceo si faceva. E intanto vedi che i fogli ci sono, i dati ci sono: non è che te li stiano recitando a memoria. Lo vedi: li sta leggendo da un foglio che si tiene egoisticamente in mano. Solo alla fine del tutto, qualcuno si avvicina e chiede sommesso se non sia possibile avere una copia di quelle famigerate tabelle, magari anche per i colleghi… e qui, normalmente arriva il capolavoro, la domanda: «quante copie?»… non sia mai che se ne faccia una di troppo, al massimo una in meno, intanto voi giornalisti vi conoscete tutti, potete anche fare con un foglio in due, no?

E mentre tiri fuori dall’armadietto le varie cartelline, è impossibile, meditando sull’oggi, non andare indietro col pensiero, a quei tempi di abbondanza, pensando, a seconda del tuo stato d’animo del momento, o “ai bei tempi andati” o, più realisticamente, a come sarebbe meno dura adesso, se già allora le risorse si fossero usata da “buon padre di famiglia”… e, intanto, svuoti le varie cartelline da tutti quei fogli che descrivono successi futuri mai arrivati, imperiture realizzazioni di cui non vi è più traccia, e incominci la divisione: « questa la tengo per me, questa può servire a mia figlia… queste le porto alle maestre, che hanno sempre bisogno di materiale…».

Marco Campagnolo
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