Scrivere… l’effetto che mi fa

scrivere: una mano batte sulls tastieraScrivere è il mio lavoro. Da oltre dieci anni sono giornalista e “sforno” pezzi su pezzi. Però sono scritti da me, non sono scritti miei.

Negli articoli che scrivo non ci sono io. Al massimo può esserci un po’ di me nelle interviste, ma nelle cronache non ci sono io.
O meglio, c’è, ovviamente, la mia visione dell’evento, ma sempre di un evento al di fuori di me si tratta.

Da qualche mese ho, invece, dato vita a questo mio blog personale, anche se professionale.
Quello che scrivo qui ha sì uno scopo “business”: pensoquindiscrivo.it vuole essere una vetrina delle mie capacità in ottica commerciale e consulenziale.
Nonostante questo mio “bieco” scopo capitalistico, comunque, i miei post sono, appunto, “miei”.
Non racconto cose al di fuori di me, non sono un “cronachista”, non sono un osservatore.
Scrivo cose che arrivano da me. Mi baso sulle mie esperienze, sulle mie opinioni, sui miei desideri, anche. Un elenco, questo, dove la base è l’aggettivo possessivo: mie/miei.

È roba mia.

Un post ha una gestazione molto lunga, rispetto a un articolo.
Per l’articolo raccolgo le informazioni, ragiono su cosa voglio raccontare, definisco il perno del racconto e scrivo. Rileggo, qualche limatura e via spedisco in redazione. Tempo medio di scrittura una quarantina di minuti (sono lento, lo so…).
La genesi di un post è un tantino più complessa.
Innanzitutto devo avere l’idea, idea che devo poi esaminare, coltivare e far crescere. Devo capire “trama” e “intreccio” della “storia” che voglio raccontare. Devo individuare non solo i concetti chiave, ma le parole chiave della narrazione. Devo buttare giù l’incipit… che di solito cancello e rincancello una infinità di volte. Fatto questo scrivo il resto. Ma non subito. Non tutto insieme. Scrivo delle frasi. Le lascio sedimentare. Penso al proseguo, ma torno indietro a rileggere il già vergato. Mi riassaporo quanto ho scritto o, il più delle volte, sento le noti discordanti nella (non ancora) melodia che sto creando. Ancora non ho finito il pezzo che già torno a rivedere quanto scritto sopra. Cambio una parola e a cascata una serie di altre.

Alla fine il lungo procedimento termina. Rileggo il tutto. Faccio gli ultimi cambiamenti e… metto in salamoia! Faccio altro, penso ad altro. Alla fine apro il back end del mio blog e faccio il copia/incolla. Pubblico la bozza, la rileggo impaginata, la controllo e la correggo… Sì, la correggo, perché ci sono ancora errori, frasi che non girano, concetti da chiarire.
Infine pubblico, ricontrollo e, ancora, correggo.

A un certo punto metto il punto finale. È finito. È il mio pezzo. Sono contento. Sono stanco, un po’ stremato. Eppure quando l’avevo pensato (mentre ero in auto, il più delle volte) tutto mi era sembrato chiaro e lineare. Nella mia mente era già stato scritto. Dovevo solo trascrivere… ma che fatica, questo “trascrivere”. Ma finalmente ho finito. Una parte di me è ora sul mio blog. Una parte di me è lanciata dai vari social.

Mi sento libero, ce l’ho fatta. Mi sento euforico, l’ho scritto. Mi sento realizzato, ho concretizzato l’idea.
Sono soddisfatto.
Ecco l’effetto che mi fa scrivere, o meglio, finire di scrivere: mi da soddisfazione, anche un po’ di allegria.

[nota finale: questo post è tutto tranne che un testo ottimizzato per internet. Yoast (il plug in del seo) mi segnala che la parola chiave “ha una “densità” troppo bassa. In realtà non so nemmeno se c’è una vera parola chiave. Di sicuro non ci sono link. E poi è un testo lungo e non ci sono capitoletti (non saprei nemmeno dove incastrare degli h2).
Ma questo post funziona proprio come i primi post dei primi blog: riporta le mie idee e le mie sensazioni in un diario personale online. In questo senso,sì, funziona.
Non verrà mai trovato dai motori di ricerca è poco ma sicuro, ma se qualcuno, per caso lo leggerà, probabilmente potrà conoscermi.]

[nota due: questo post è stato scritto di getto, in meno di mezz’ora alle 10 di sera, quasi fosse un flusso di coscienza. Revisione effettuata, ma più per cercare errori di battitura ed eclatanti anacoluti, piuttosto che per rifinire il testo in sé.]

Marco Campagnolo
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